a decay diary

Memento-diary

la via di San Giacomo

Sono entrato in silenzio, come si entra nei luoghi che hanno ancora memoria. La chiesa di San Giacomo mi ha accolto con il respiro lungo delle pietre antiche, arcuate come schiene stanche, incrostate di licheni e di tempo. L’arco principale, scabro e solenne, sembrava una soglia tra due epoche: alle mie spalle il presente, davanti un vuoto sacro, addomesticato dall’erba che avanzava lenta, ostinata, dove un tempo c’erano passi, ginocchia, preghiere. La luce filtrava senza fretta, scivolando sulle murature come una carezza tardiva, illuminando ferite e crepe che non chiedevano di essere curate, ma solo ascoltate.

Camminando tra le navate spoglie, l’architettura si rivelava con una dignità severa: archi a tutto sesto, nicchie laterali ormai orfane di immagini, una geometria pensata per l’eterno e ora riconsegnata al cielo aperto. Là dove l’altare doveva imporsi come centro del mondo, cresceva una macchia verde, fragile e invincibile, simbolo dell’abbandono ma anche della continuità. Il vento entrava libero, portando con sé l’odore della terra salentina e un mormorio indistinto, come se le pietre stesse tentassero di raccontare ciò che avevano visto e che nessun cronista aveva mai scritto.

Quando ho scattato la fotografia, ho avuto la sensazione di non rubare un’immagine, ma di riceverla. San Giacomo, svuotata di uomini e colma di assenze, non era un rudere: era una presenza diversa, più sottile. Un luogo che non implorava restauri, ma rispetto. In quell’abbandono solenne ho percepito la devozione più autentica: non quella gridata, ma quella che resiste, silenziosa, tra le pietre che non crollano e l’erba che avanza, mentre il tempo passa senza più bisogno di essere misurato.

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