nella tana dei pupi
Entrai nella stanza come si entra in un ricordo che non ci appartiene del tutto, con il passo leggero di chi sa di essere ospite del silenzio. La calda luce del sud filtrava dalle aperture spoglie, scivolando sulle pareti scrostate come un tempo indulgente, capace di accarezzare anche le ferite. L’architettura, ancora fiera nella sua stanchezza, disegnava archi e cornici ormai consunte, arabeschi pallidi che sembravano sospiri di un fasto lontano. Al centro, la scala saliva come una promessa dimenticata, inghiottendo lo sguardo verso un piano superiore che non chiedeva più di essere raggiunto, ma soltanto ricordato.
L’aria era immobile, densa di polvere e attese. Ogni passo sollevava un fruscio lieve, quasi un rimprovero, come se la villa non fosse del tutto disposta a lasciarsi violare. I muri, segnati dal tempo e dall’umidità, conservavano una dignità malinconica: raccontavano balli, voci, passi eleganti ora dissolti, trasformati in echi senza suono. I fili tesi lungo la volta parevano nervature scoperte, tracce di una modernità che aveva tentato di imporsi e poi, come tutto il resto, aveva rinunciato.
Scattai la foto in quell’istante sospeso, quando l’abbandono smette di essere solo assenza e diventa presenza ingombrante. La luce si posava sul pavimento come una benedizione tardiva, rivelando la bellezza fragile di ciò che resta. In quella stanza, la villa non era morta: era semplicemente in ascolto, custode di un tempo che non torna, ma che continua ostinatamente a farsi vedere, a chiedere di essere guardato ancora una volta.

